Quanto costa promuovere un brano su Spotify
Chiedere quanto costa promuovere un brano su Spotify è un po’ come chiedere quanto costa una macchina. La risposta onesta è: dipende da cosa stai comprando. E in questo settore il problema è che sotto lo stesso nome girano tre servizi completamente diversi tra loro, con costi di produzione che non c’entrano niente l’uno con l’altro.
Partiamo dai numeri. Poi ti spieghiamo da dove vengono, perché è quella la parte che ti fa risparmiare soldi.
La risposta breve
Su Spoty-Go promuovere un brano parte da 14,90 € al mese per 1.000 ascolti. Salendo di volume il costo per singolo ascolto scende in modo abbastanza netto:
| Ascolti al mese | Prezzo | Risparmio |
|---|---|---|
| 1.000 | 14,90 € | — |
| 3.000 | 36,90 € | −17% |
| 5.000 | 54,90 € | −26% |
| 10.000 | 89,90 € | −40% |
| 15.000 | 114,90 € | −49% |
Gli scaglioni sono gli stessi che tu voglia spingere un singolo brano oppure far crescere gli ascoltatori mensili del tuo profilo. La campagna parte entro 48 ore dall’attivazione.
Se ti serviva solo questo, hai finito. Se invece ti stai chiedendo come mai in giro trovi “10.000 stream a 15 €” e anche campagne da 2.000 €, vale la pena andare avanti: è lì che si decide se i soldi che spendi producono qualcosa o spariscono.
Perché 15 € e 90 € non comprano la stessa cosa
I listini in giro sono chiari, quasi tutti mettono i numeri in prima pagina. Il problema è un altro: non stanno misurando la stessa cosa.
Quando apri due schede del browser e vedi 15 € da una parte e 90 € dall’altra, la conclusione istintiva è che qualcuno stia gonfiando il prezzo. Ma “1.000 ascolti” non descrive un prodotto — descrive un risultato numerico che si può ottenere in modi molto diversi, e ognuno di quei modi ha un costo suo. È come confrontare il prezzo di due biglietti aerei senza guardare se uno è diretto e l’altro fa tre scali.
Quindi la domanda utile non è “quanto costa”. È “come vengono prodotti quegli ascolti”. Da lì il prezzo diventa leggibile.
I tre modi di far ascoltare un brano
1. Gli ascolti generati artificialmente
Sono i più economici in assoluto: si trovano a pochi euro per migliaia di stream, consegnati in pochi giorni. Il motivo per cui costano così poco è semplice — dietro non c’è nessuno che ascolta. Ci sono script, account creati in serie, dispositivi che riproducono in loop.
Spotify li chiama artificial streaming e ha una posizione pubblica piuttosto netta. Quando li individua, quegli ascolti non generano royalty, non contano per i numeri pubblici né per le classifiche, e non influenzano gli algoritmi di raccomandazione. Nei casi più seri il brano viene rimosso dalle playlist o dalla piattaforma. E dal 1° aprile 2024 Spotify addebita costi a etichette e distributori quando rileva attività artificiale evidente sui loro contenuti — con la conseguenza che i distributori, a loro volta, sospendono account e rimuovono musica.
Quindi il prezzo reale di quel servizio non è 15 €. È 15 € più la possibilità concreta di trovarti con il catalogo rimosso e il distributore che ti chiude l’account. Noi non lo tocchiamo, e ti consigliamo di non toccarlo nemmeno tu — le conseguenze precise, con le parole di Spotify, le abbiamo raccolte in comprare ascoltatori su Spotify: cosa rischi davvero.
2. I pitch a pagamento verso i curatori di playlist
Qui paghi per proporre il tuo brano a chi gestisce playlist. A volte paghi l’ascolto della proposta, non l’inserimento: spendi e ricevi un no. Quando l’inserimento arriva, spesso dura poche settimane e sparisce, insieme agli ascolti che aveva portato.
Il prezzo varia moltissimo, da qualche decina di euro a diverse centinaia. Il problema non è tanto il costo quanto la prevedibilità: è un canale in cui non decidi tu chi ti ascolta, né per quanto tempo.
3. Le campagne pubblicitarie
È il modello con cui lavoriamo noi. Attiviamo annunci mirati su Facebook, Instagram, TikTok e YouTube che portano persone reali verso il tuo brano, il tuo profilo o il tuo album. Chi arriva ha visto la copertina, ha sentito qualche secondo, ha deciso di cliccare. È un ascolto che nasce da un’intenzione — che è esattamente quello che Spotify considera valido.
Costa più dei bot per un motivo banale: ogni impression sui social ha un prezzo di mercato, e quel prezzo lo fa l’asta pubblicitaria, non noi. Se ti interessa come sono fatte queste campagne sotto il cofano, e cosa comporta provare a farsele da soli, ne abbiamo scritto in come si fa pubblicità a un brano sui social.
Come si forma davvero il prezzo di una campagna
La catena è questa: paghi per mostrare l’annuncio a un certo numero di persone, una parte di quelle persone clicca, e una parte di chi clicca arriva davvero ad ascoltare. Ogni passaggio ha una sua percentuale di perdita.
Ne segue una cosa poco intuitiva: il costo per ascolto non è fisso e non dipende solo da noi. Cambia col genere musicale, col paese che stai targettizzando, col periodo dell’anno. A dicembre, per dire, tutti i brand del mondo comprano pubblicità e i costi salgono per chiunque, musica compresa. Un brano di nicchia in un paese piccolo costa diversamente da un pezzo pop in Italia.
Quando quindi leggi un prezzo al pubblico, quel prezzo tiene già dentro una media e un margine di sicurezza. Chi ti promette un costo per ascolto ridicolmente basso e garantito, o sta lavorando con i bot, o non ha mai comprato traffico in vita sua.
Perché il prezzo scende quando sale il volume
Guardando la tabella si passa da 14,90 € per 1.000 ascolti a 114,90 € per 15.000. Quindici volte il volume a meno di otto volte il prezzo.
Non è uno sconto commerciale, o almeno non solo. Una campagna con budget più alto raccoglie più dati in meno tempo, e gli algoritmi pubblicitari lavorano meglio quando hanno dati: capiscono prima chi risponde e smettono prima di sprecare impression su chi non risponde. Una campagna sottodimensionata passa buona parte della sua vita in fase di apprendimento, e in quella fase costa di più per ottenere lo stesso risultato.
È il motivo per cui, se puoi, ti consigliamo di non partire dal minimo assoluto per poi salire un mese dopo. Meglio scegliere lo scaglione giusto e tenerlo fermo.
Quegli ascolti sono un obiettivo, non una consegna
È la cosa che ci teniamo di più a dire chiaramente, perché è anche quella su cui il settore è meno onesto.
Il numero che scegli non è un pacco che ti arriva. È il traguardo di una campagna pubblicitaria che resta accesa per un periodo — una settimana, due, fino a un mese a seconda del volume — e in quel periodo gli ascolti arrivano poco per volta, man mano che le persone vedono gli annunci e cliccano.
Non potrebbe funzionare diversamente. Quindicimila ascolti consegnati in ventiquattro ore su un brano che il giorno prima ne faceva dieci sono un andamento che Spotify riconosce subito, e che tratta esattamente come tratta i bot: li toglie. La gradualità non è una scelta commerciale nostra, è l’unico modo perché quei numeri restino dove sono.
Dalla stessa logica discende la seconda cosa: la cifra è indicativa. Se a un certo punto la campagna smette di rendere — il pubblico giusto è saturo, i costi dell’asta salgono, il rendimento crolla — ci fermiamo a 4.500 invece di bruciare budget per arrivare a un 5.000 tondo che non significa niente. Preferiamo dirtelo adesso che spiegartelo dopo.
Detto questo, il rischio non lo scarichiamo su di te. Se ci fermiamo a 4.800 e tu non sei soddisfatto, le campagne le riaccendiamo. Non il giorno dopo: aspettiamo qualche giorno, perché un pubblico pubblicitario si consuma. Le stesse persone hanno già visto l’annuncio troppe volte, la frequenza sale, i costi salgono e la resa crolla — è il motivo per cui ci eravamo fermati. Lasciando respirare quel bacino si rinnova, e alla riaccensione la campagna torna a rendere.
È così che la garanzia soddisfatto al 100% convive con un numero che resta indicativo: l’obiettivo può richiedere due passaggi invece di uno, ma non lo molliamo a metà strada.
Chi invece ti garantisce la cifra esatta, al singolo ascolto ed entro una data precisa, ti sta dicendo senza accorgersene una cosa sola: che quei numeri non dipendono da nessuna persona che decide se ascoltarti.
Ascolti o ascoltatori? Non è la stessa spesa
Vale la pena fermarsi un attimo qui, perché è il punto su cui vediamo sbagliare acquisto più spesso. Un ascolto è una riproduzione: la stessa persona che mette il tuo brano dieci volte ti lascia dieci ascolti. Un ascoltatore mensile è una persona sola, contata una volta sola negli ultimi 28 giorni, per quante volte ti abbia ascoltato.
Sono due numeri che si muovono in modo indipendente e che servono a cose diverse. Gli ascolti spingono un pezzo specifico e alimentano i segnali legati a quel pezzo. Gli ascoltatori mensili sono invece il numero grande che compare sul profilo: quello che guardano etichette, organizzatori, altri artisti e chiunque ti stia scoprendo adesso.
Se stai lanciando un singolo, ti serve il primo. Se stai costruendo un profilo che deve reggere il confronto nel momento in cui qualcuno ci arriva, ti serve il secondo. A parità di volume costano uguale, ma non producono lo stesso effetto — e comprare quello sbagliato è il modo più rapido per concludere che “la promozione non funziona”.
Quanto ha senso spendere all’inizio
La domanda che ci sentiamo fare più spesso è “qual è il minimo per provare”. Capiamo il ragionamento, ma è la domanda sbagliata. Quella giusta è: quanti ascolti mi servono perché succeda qualcosa di misurabile?
Un brano con 200 ascolti e uno con 3.000 non sono lo stesso brano con numeri diversi. Il secondo ha abbastanza segnale perché Spotify inizi a capire a chi somigliano i tuoi ascoltatori, e perché tu possa leggere qualcosa di sensato in Spotify for Artists: da dove arrivano, quanti tornano, quanti salvano il brano. Con 200 ascolti non leggi niente, leggi rumore.
Per questo il nostro consiglio, quando il budget lo permette, è di partire da 3.000 ascolti al mese e tenere la campagna accesa almeno due mesi. Non perché vendiamo quel pacchetto: perché sotto quella soglia i dati non ti dicono se ha funzionato, e tu resti al punto di prima con qualche decina di euro in meno.
Il costo che nessuno mette mai in conto
Puoi fare tutto da solo. Aprire un business manager, creare il pubblico, montare tre creatività, lanciare, guardare i numeri ogni giorno, spegnere quello che non va. Non c’è niente di magico e non serve una laurea.
Serve però tempo, e serve spendere per imparare. Le prime campagne di chiunque, incluse le nostre anni fa, bruciano budget in test che non servivano. Se il tuo tempo vale qualcosa — e se stai facendo musica probabilmente vale parecchio, perché è tempo tolto allo scrivere e al registrare — quel costo va messo nel conto insieme al resto.
Tre domande prima di decidere il budget
Il brano è pronto? La pubblicità porta persone, non migliora la canzone. Se il pezzo non trattiene chi lo ascolta, spingerlo significa solo far scoprire a più gente che non li convince. Meglio spendere quei soldi in un mix migliore.
Cosa vuoi ottenere davvero? Far salire un singolo uscito ieri e far crescere gli ascoltatori mensili di un profilo sono due obiettivi diversi, e si affrontano con due campagne diverse. Se ti interessa il secondo, abbiamo scritto una pagina dedicata agli ascoltatori mensili che entra nel dettaglio.
Per quanto tempo puoi tenerla accesa? Un mese solo ti dice poco. Due mesi ti dicono se il pubblico che stiamo raggiungendo è quello giusto. Meglio 3.000 ascolti per due mesi che 10.000 per uno.
In pratica
Se dovessimo riassumere tutto in una riga: il prezzo giusto è quello che ti compra ascolti che restano nei tuoi numeri. Tutto il resto è una spesa che sembra un affare finché non guardi i dati.
I nostri scaglioni li trovi sulla pagina dei piani, e sul primo mese è attivo uno sconto del 30% con il codice SPOTY30. Se hai un caso particolare — un’uscita con una data precisa, un catalogo da spingere tutto insieme, un mercato estero specifico — scrivici e ragioniamo sui numeri del tuo progetto invece che su una media.